Corale

Se lui nelle cose o le cose in lui,
non sceglieva un’idea del risveglio.
ma certo l’attesa era già mobile nel respiro
incerto solo nell’ascolto,
una carezza ancora
prima del verde.

si entra nel suono e si volge lo sguardo
all’altrove che viene incontro come ospite,
compagno di giochi nel richiamo dei cortili.
così l’altrove erano palpebre,
riconosciute nella premura dell’accompagnare,
dell’affidare a nuove delicate premure.

già sapeva il proprio destarsi
eppure, così come ci volgiamo a care sponde
per cercare l’approdo e vi troviamo
un materno addio,
così le forme erano già lontane
dal giacère, libere nel brusìo ombroso
delle delicate vibrazioni,
pronte a richieste infantili
e sospese rimembranze.

lui fu per il suo corpo ciò che
luci ed ombre erano per lui,
senza scegliere.
crescendo dal calore al tendersi,
era stelo nel mattino
era di fronte a lei
dormiente.

custodi di ciò che non siamo
veggenti nel riverbero dei riflessi,
lei era ancora placida acqua,
e non più.
lui l’ospite che attendeva
e che già seguiva.
Se allo schiudersi dell’abisso
egli sarebbe certo stato
luce che vi si getta,
altra significanza schiudeva le labbra
nel miracolo.

nel gioco del suono ciò che emerge è il sommerso
che sceglie la via del ritorno agli abissi.
lei nel risveglio, lei non più voce,
già diffusa nel calore corale,
elevata nella moltitudine del vedersi.

lasciavano di sè il nome e raccolte le vesti
correvano in giardino per accogliere
il nuovo venuto.

a Diana, dolce oscurità